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Ripresa: e se fosse un miraggio?

In una crisi economica nella quale aumentano l’incertezza e i rischi di mercato, è indispensabile elevare il tasso di tutela per chi rischia (persone ed imprese) al pari di quanto già avviene per coloro che, invece, non rischiano (in particolare la Pubblica Amministrazione)

 La ripresa economica nel mondo procede più lentamente di quanto prospettato, solo qualche settimana fa, dal G20. Soprattutto, i primi cenni di ripresa dimostrano che non c’è una correlazione diretta fra ripresa economica e sviluppo dell’occupazione. Solo negli Stati Uniti, per citare un esempio, la recessione ha determinato la perdita di oltre 8 milioni di posti di lavoro, e i recenti positivi dati macroeconomici non hanno invertito la tendenza. Da molte parti ci si domanda come uscirà l’economia mondiale dalla crisi, e tutti sono convinti che molto non sarà come prima: non si sa come, ma non più con la brillantezza ante-crisi.

Tra i fattori differenziali, una sensazione consolidata è che, soprattutto nelle economie più avanzate, i tassi di occupazione saranno penalizzati in modo strutturale. Se questo è lo scenario mondiale, come si presenta in particolare la situazione per l’Italia? Il Fondo Monetario Internazionale (FMI) stima che nel 2010 l’economia globale dovrebbe registrare un tasso di crescita attorno al 3%. Per l’Italia la stima è molto più contenuta: circa l’1- 1,5%. In realtà, un tasso di sviluppo del nostro Paese più contenuto rispetto a quello degli altri Paesi industrializzati è un dato storicamente acquisito; esso denota un deficit strutturale del nostro sistema, che viene da lontano e del quale il Trattato di Maastricht non ha certo facilitato l’evoluzione (soprattutto nei termini in cui è stato realizzato).Tre fattori fondamentali

Volendo fare il punto oggi, con riferimento ai macro-fattori, si deve concentrare l’attenzione su tre fattori fondamentali:

1) il debito pubblico. Raggiungerà a fine anno il 110% del Pil, rispetto al già elevato 107%. Da sola, la spesa pubblica corrente è già oltre la soglia del 50% del totale, mentre l’espansione del Pil è legata, per circa il 70%, alle esportazioni piuttosto che alla domanda interna; ciò vuol dire che il nostro sviluppo è fortemente condizionato dalla dinamica dell’economia mondiale;

2) la pressione fiscale. Secondo i recenti dati Istat, la pressione fiscale complessiva ha raggiunto il 46%. Essa cresce a fronte di una contrazione del Pil stimata, per il 2009, in circa il 5%; il tutto mentre la spesa pubblica corrente risulta in espansione;

3) la liquidità. Permane evidente la difficoltà di ripristinare un flusso corrente di liquidità fra il sistema bancario e quello produttivo, teso a sostenere soprattutto i programmi d’investimento delle piccole e medie imprese, che costituiscono la struttura portante dell’economia nazionale. D’altra parte, il sistema bancario italiano ha dimostrato una maggiore capacità di tenuta rispetto al dissesto finanziario della maggior parte dei Paesi industrializzati: quelli che sembravano punti di arretratezza del nostro assetto finanziario si sono rivelati, alla prova dei fatti, come punti di forza richiedendo interventi di sostegno meno pesanti e più flessibili.

Il clima di tutela e prudenza determinato dall’accentuazione dei fattori di rischio connessi alla crisi va ora rimosso, trovando forme di protezione e di ritorno a fattori di normale valutazione del rischio.

È pur vero, peraltro, che anche da parte degli imprenditori non sembra che ci siano progetti e programmi particolarmente impegnativi e che si proiettino verso concreti piani di sviluppo. Molta parte dell’imprenditoria vive a ridosso dei grandi progetti infrastrutturali pubblici che, da parte loro, trovano difficoltà a concretizzarsi a causa dei ben noti vincoli della finanza pubblica.Alcune idee su cui aprire il confronto

Far quadrare un’equazione con i vincoli sopra esposti è un’operazione quasi impossibile da un punto di vista matematico, e ancora più complessa dal punto di vista politico. Proviamo a indicare alcune linee su cui sarebbe auspicabile un confronto con le forze sociali e i principali attori del sistema economico.

  1. a) Ridisegnare i parametri di Maastricht, non solo in termini di elasticità e tolleranza ma ridefinendo quella filosofia che, adeguata ai tempi ante-crisi, non sembra rispondere alle esigenze del dopo crisi. Ad esempio, come abbiamo già sostenuto in passato, per l’Italia sarebbe estremamente corretto, e importante, dedurre dal calcolo del rapporto deficit/Pil le spese sostenute per il mantenimento dei militari nelle varie operazioni di “pace” nel mondo. Nel confronto fra i vari Stati, infatti, non tutti compiono uno sforzo proporzionato alle rispettive capacità e risorse economiche.
  2. b) Mantenimento e tendenziale riduzione del debito pubblico attraverso una revisione e riqualificazione della spesa, introducendo con forza il principio della responsabilità. In questo ambito, il consenso va verso i provvedimenti di federalismo fiscale. Ma anche una richiesta di partecipazione delle forze sociali per una maggiore attenzione alla produttività, soprattutto da parte di chi opera nella Pubblica Amministrazione, specie locale, che nei periodi di crisi profonda come l’attuale, gode del privilegio della sicurezza del posto di lavoro.
  3. c) Revisione dei criteri di pensionamento.
  4. d) Alleggerimento dei carichi fiscali soprattutto a favore degli investimenti produttivi, riducendo in tal modo i fattori di rischio imprenditoriale.

Conclusione

Dalla crisi non usciremo come eravamo entrati. Dovremo, infatti, tentare di avviare un processo di cambiamento che rimuova alcune delle distorsioni finora insite nel nostro sistema. L’alternativa è quella di un progressivo peggioramento del nostro livello di vita. La torta mondiale del benessere, infatti, si è ridotta e i pretendenti al tavolo sono aumentati. Per non cedere troppo della nostra posizione acquisita, dobbiamo assolutamente irrobustirci e diventare più competitivi.

 

Articolo pubblicato su Professione Dirigente, periodico Federmanager Roman. 26/Ottobre 2009

 

 

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