“Governare il cambiamento. Protagonisti del nostro futuro”, titolo del Bar Camp organizzato da SRDAI e Federmanager il 25 maggio scorso, spinge a porsi le domande fondamentali sull’identità e sugli obiettivi della professione dirigenziale e, quindi, del suo sistema di rappresentanza. Alcune riflessioni sul tema
Il 25 maggio scorso si è svolta, nell’Aula Toti dell’Università Luiss Guido Carli di Roma, “Governare il cambiamento. Protagonisti del nostro futuro”, un Bar Camp promosso dal nostro Sindacato, insieme alla Federazione. L’iniziativa aveva come tema una riflessione sul futuro del ruolo del manager e sulle prospettive dell’Organizzazione sindacale di categoria. Il metodo del Bar Camp prevedeva lo svolgimento di brevi relazioni iniziali, seguite dagli interventi del pubblico. Purtroppo, per l’importanza e la numerosità dei temi affrontati, alla fine il tempo a disposizione si è dimostrato troppo breve; e allo stesso modo numerosi, e a volte frammentari, si sono rivelati gli interventi. Per questa ragione, vorrei qui approfondire alcuni concetti ai quali ho accennato nel corso del mio intervento che, non a caso, terminava con l’invito a un successivo confronto pragmatico, evitando di scivolare su terreni più “filosofici”, culturalmente interessanti ma, a mio avviso, di scarsa utilità pratica.
Il problema del proselitismo
La prima, comune, preoccupazione deriva dal dover registrare una progressiva perdita di proselitismo, nei giovani dirigenti ma non solo, ed una relativa diminuzione di autorevolezza da parte delle Organizzazioni, nazionali e locali, che li rappresentano. Come fronteggiare il fenomeno? Su quali linee politiche orientare la strategia futura nella nostra Organizzazione?
La figura del “prodotto” dirigente manager
Per definire un “piano di rilancio” occorre anzitutto definire il “prodotto” di cui programmare il rilancio. Che cosa vuol dire oggi essere dirigente? Una definizione corretta, condivisa ed omogenea non esiste. Ancora meno chiara è la definizione di manager, inglesismo che, se tradotto letteralmente, fa in genere riferimento al concetto di direttore, che però non surroga il concetto di dirigente. Eppure, se non definiamo l’oggetto, il “prodotto”, appare difficile delineare le prospettive e valutare l’adeguatezza (o inadeguatezza) del contesto rappresentativo in cui il dirigente opera. È quindi necessario definire i contorni ed i contenuti di una figura professionale che, presentando alcuni connotati tipici, consenta la definizione di manager. Solo successivamente si potranno individuare i relativi doveri, aspettative e diritti.Il manager è un professionista
Il manager è innanzitutto una figura professionale al pari di un architetto, un medico, un avvocato, un magistrato, un giornalista, ecc. Ogni figura professionale ha un campo preciso di applicazione: gli avvocati la giustizia, i giornalisti l’informazione, i medici la salute, e così via. Il manager è un professionista che opera nella sfera delle attività economiche, con specifica attenzione a quelle delle imprese. Operare nella sfera delle attività economiche significa manovrare le componenti fondamentali dell’economia, che nel pensiero classico sono terra, capitale e lavoro e che, nell’accezione moderna, diventano risorse, finanza, organizzazione. Il manager è quel professionista che ottimizza l’impiego dei tre fattori per il raggiungimento degli obiettivi assegnati. Obiettivi che, in generale, consistono nella remunerazione del capitale investito.
I connotati specifici del manager
Tutti i professionisti, in qualsiasi campo operino, debbono avere almeno due elementi distintivi: a) grado di autonomia decisionale; b) rapporto diretto fra responsabilità e risultati. Nella figura del manager questi fattori risultano enfatizzati.
La crisi di identità
Tenuto conto che la “funzione obiettivo” è la remunerazione del capitale (e ciò vale anche nelle economie non di mercato), il potere di fondo risiede nel controllo del capitale. L’azione del professionista manager è quindi un potere delegato, e la figura del manager è sempre più correlata a quella dell’imprenditore. La figura del professionista manager, quindi, si esalta nelle società di capitali in cui la figura dell’imprenditore risulta spersonalizzata e, al suo posto, prende rilievo la quella dell’impresa. La struttura imprenditoriale italiana, soprattutto dopo il ridimensionamento dell’economia a maggioranza pubblica (Partecipazioni Statali), ha accentuato il ruolo dell’imprenditoria individuale. E il capitalismo familiare tipico del tessuto delle PMI, di gran lunga prevalente nel Paese, ha marginalizzato la figura e il ruolo del professionista manager, le cui funzioni vengono sempre più – impropriamente – assorbite dall’imprenditore.
L’associazionismo
Nella loro configurazione originale i dirigenti/manager hanno avvertito la necessità di costituirsi in un’Associazione con una forte connotazione sindacale, tesa a rappresentarne i diritti, soprattutto attraverso la tutela contrattuale, a una giusta remunerazione e alla salvaguardia dei caratteri distintivi della categoria. Con il passare degli anni e con l’evoluzione del sistema economico, il ruolo dell’associazione con i connotati di organismo di tutela sindacale si è andato progressivamente affievolendo (basti pensare allo scioglimento dell’Inpdai). Le relazioni industriali tra impresa e professionisti manager si sono modificate, spingendo sempre più verso un rapporto di tipo individuale e non collettivo. Ne consegue che oggi rimane difficile, per i singoli, riconoscersi in un organismo rappresentativo come Federmanager. Beninteso, l’azione svolta dalla Federazione è ancora fondamentale per la tutela dei diritti, degli aderenti e non, ma le tematiche trattate trovano sempre maggiori difficoltà ad arrivare ai destinatari finali del messaggio.Come uscire dalla crisi
Uscire dall’impasse non è impresa facile, ma neppure impossibile. Occorre però prendere coscienza che la nostra è un’associazione di professionisti, non un’organizzazione sindacale. Quindi la sua “mission” deve diventare più ampia, aperta a politiche che vadano oltre la tutela.
Un’associazione di professionisti dell’economia
Come associazione di professionisti (dell’economia) il nostro interlocutore dev’essere non solo il mondo imprenditoriale ma la società. In un momento difficile come l’attuale, nel quale si registrano gravi problemi in molti settori della realtà socio-economica, è fondamentale che un’associazione di professionisti fornisca il proprio contributo esprimendo pareri e proposte su tutti i temi fondamentali per la ripresa: dalla riforma dello Stato sociale alla liberalizzazione (da non confondere con la privatizzazione) dell’economia, dall’energia alla mobilità, dalla salute alla scuola, ecc. La nostra struttura può, e quindi deve, farlo. Federmanager da tempo si muove su questa linea: ad esempio, ha promosso un Progetto di riforma fiscale del Paese, presentato il 9 giugno scorso alla Camera dei Deputati. È questa, a mio avviso, la strada per riattivare il proselitismo, cioè l’interesse verso la nostra Associazione: riempire la nostra proposta di contenuti che, nel promuovere il nostro ruolo, abbiano al tempo stesso un valore d’interesse generale. In tale contesto dovremo anche farci carico della definizione e tutela del profilo di appartenenza: un “Manifesto della professionalità del manager” in cui le tematiche della deontologia professionale siano adeguatamente coordinate con i principi dell’efficienza e del merito, in contrapposizione con il populismo del tutto a tutti senza distinguo.
Articolo pubblicato su Professione Dirigente, periodico Federmanager Roma, n. 35/Luglio 2011