Il perdurare delle difficoltà economiche nazionali e internazionali, malgrado il susseguirsi di manovre e vertici ad ogni livello, impone una riflessione su quale sia la strada da intraprendere per superare l’attuale grave congiuntura
Che il sistema economico occidentale sia entrato in crisi nel 2008 e non ne sia ancora uscito, è noto e condiviso da tutti. La crisi è globale e grave, ma non tutti i Paesi ne sono colpiti allo stesso grado. L’Italia è però fra quelli in maggiore difficoltà per l’eccesso di debito (1.900 miliardi di euro, oltre il 123% del Pil annuo) accumulato in vent’anni. Ma non è il solo: in generale, i Paesi aderenti all’euro risultano oggi in maggiore difficoltà rispetto agli altri.
I limiti dell’euro, le contraddizioni della crisi
A distanza di dieci anni dalla sua istituzione, il principio costitutivo della moneta unica mostra i propri limiti e sembra costituire più un vincolo che un’opportunità. Perché? In realtà, i limiti che emergono sono insiti nel dna costitutivo dell’euro, nato soprattutto su iniziativa dei Paesi a moneta forte per vincolare quelli a moneta debole (fra cui l’Italia) in una condizione di sostanziale sudditanza economica, sterilizzando in particolare le manovre inflazionistiche promosse da questi ultimi. Non a caso, il Paese che ha goduto in maniera significativa della stabilità dei prezzi è stata la Germania. Anche se è ugualmente vero che, per quanto ci riguarda, non abbiamo saputo cogliere l’opportunità della bassa inflazione e del contenuto costo del denaro per ridurre il debito. L’esplosione della crisi economica globale del 2008 ha evidenziato la diversa risposta che i vari Paesi hanno tentato di dare: da un lato, Paesi come Stati Uniti, Giappone e Gran Bretagna che hanno potuto immettere liquidità soprattutto per salvare il sistema creditizio; dall’altro, i Paesi bloccati dal patto dell’euro. E man mano che i mesi sono passati senza che si uscisse dalla crisi, le contraddizioni sono aumentate. Ogni Paese ha una posizione e problemi specifici e tende a tutelare il proprio assetto sociale. In tale ambito, i Paesi più ricchi hanno evidentemente interessi diversi da quelli dei Paesi meno dotati. E non è il caso di evocare al riguardo principi di etica sui comportamenti più o meno virtuosi tenuti in passato dai vari popoli, distinguendo quelli “formica” da quelli “cicala”: i primi, infatti, si sono nutriti, e si nutrono abbondantemente, dei fabbisogni dei secondi.Ed ora il rischio di “allarme generale”
Proprio l’evidenziazione dei contrasti sta mettendo in allarme l’intero sistema economico occidentale, tanto che le varie agenzie di rating minacciano (al momento in cui scriviamo) di declassare l’intero sistema europeo (zona euro). Si promuovono incontri/confronti per ridisegnare un assetto che tenga conto degli inconvenienti fin qui registrati. L’ultima manifestazione politica promossa per cercare di rafforzare l’area dell’euro è stata quella di Bruxelles del 9-10 dicembre scorso. Le decisioni scaturite appaiono ai più fortemente contraddittorie, e rimane comunque il fatto che la Gran Bretagna se n’è dissociata mentre altri tre Paesi (Svezia, Repubblica Ceca e Austria) si sono riservati di aderire. I restanti 23, invece, hanno accettato la linea fondamentalmente imposta da Germania e Francia, che prevede di elevare la capacità d’intervento della Banca Centrale Europea per sostenere la solvibilità dei Paesi con debito elevato, in cambio di vincoli sempre più stretti ai fini di un rigore finanziario teso a contenere, e progressivamente ridurre, il debito stesso. Dovendo sintetizzare con uno slogan, rigore innanzitutto.
Di eccessivo rigore si può anche morire
Molti osservatori hanno letto in senso positivo la linea uscita dal vertice di Bruxelles, soprattutto se riferita a un Paese, come l’Italia, che presenta un debito particolarmente elevato. E l’hanno vista come una legittimazione a posteriori della linea politico-economica adottata dal Governo Monti che, invece, ha incontrato più di una contrarietà in ambito nazionale. Tuttavia, di eccesso di rigore si può anche morire. I provvedimenti adottati trovano apprezzamento a livello europeo, ma accentuano i livelli di tassazione oltre il 47%: una pressione fiscale soffocante. Tutti concordano a parole che non si uscirà dalla crisi senza sviluppo. Molti aspettano un “secondo tempo” della manovra che, appunto, lo favorisca. Ma gli indirizzi che provengono da Bruxelles, soprattutto da Germania e Francia, non favoriscono lo sviluppo. L’Italia, in particolare, per riprendere slancio avrebbe bisogno di provvedimenti economici e fiscali che l’attuale normativa europea non consente. Al momento, ancora a tassi bassi, l’orientamento per lo sviluppo è quello che ribadisce vecchie teorie: privatizzazioni e liberalizzazioni. Parole magiche che, già in passato, sono state fortemente abusate e male utilizzate. La sovranità del Paese è già fortemente ridotta e condizionata. I gradi di libertà per manovre economiche non solo utili, ma necessarie al Paese, sono ridotti.Una presenza pubblica a sostegno dell’economia
Una realtà economica come l’Italia, la cui struttura produttiva è composta in larghissima parte da piccole e piccolissime imprese, l’impatto con la globalizzazione economica, finanziaria, demografica può avere, e in parte ha già avuto, un impatto fatale. Abbiamo bisogno di una presenza più incisiva e qualificata dello Stato a sostegno dell’economia. Dobbiamo salvaguardare quegli assets strategici (Eni, Enel, Finmeccanica, ecc.) che tanto fanno gola ai gruppi finanziari mondiali. Una volta si diceva che piccolo è bello, privatizzare è efficiente, liberalizzare porta concorrenza. Tutti slogan teorici che sono serviti per attuare politiche che hanno ingessato il sistema produttivo nazionale. In questo contesto la nostra Organizzazione può e deve avere un ruolo e fornire il proprio contributo di professionalità, cultura e visione dei problemi. Siamo una categoria che sta svolgendo il proprio ruolo, accettando di buon grado i sacrifici ai quali viene chiamata. Legittimiamo questa partecipazione facendo sentire la nostra voce nel formulare proposte ed iniziative.
Articolo pubblicato su Professione Dirigente, periodico Federmanager Roma, n. 37/Gennaio 2012